Recupero dei corpi dalle foibe del 1943 in Istria: soldati al lavoro su una foiba durante la Seconda Guerra Mondiale. In primo piano a destra vediamo il generale Tito.

Le foibe del 1943: una strage di innocenti o una reazione al fascismo?

Il massacro delle foibe è uno degli episodi più controversi della storia italiana del Novecento. Migliaia di persone uccise e gettate nelle foibe: la loro colpa? Essere italiani. Ma il quadro storico è davvero così semplice? Gli italiani erano davvero innocenti? Erano semplicemente italiani, o italiani fascisti?

A queste domande cerca di rispondere Giacomo Scotti, giornalista italiano comunista che visse in Istria al termine del secondo conflitto mondiale. Nel suo Dossier Foibe analizza il contesto storico che portò alle foibe del 1943, quelle del 1945 non sono trattate, in cui persero la vita centinaia di persone, in gran parte italiani.

Il contesto storico: vent’anni di fascismo in Istria

L’italianizzazione forzata della Venezia Giulia (1919–1943)

Il merito di Scotti sta nell’aver contestualizzato gli eventi del 1943 a partire dai vent’anni di italianizzazione forzata operata dal fascismo in Istria. A partire dal 1919, la Venezia Giulia e l’Istria furono investite da pesanti violenze fasciste. Già nel 1921 Mussolini affermò che nella Venezia Giulia i Fasci di combattimento erano “l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”.

Violenze, morti e deportazioni erano all’ordine del giorno per chiunque fosse ritenuto antitaliano.

La snazionalizzazione di croati e sloveni

Dopo la Marcia su Roma (1922) la situazione peggiorò ulteriormente:

  • Nomi e cognomi di persone e città vennero cambiati per cancellare ogni cultura non italiana
  • Dal 1925 fu imposto l’uso esclusivo dell’italiano in sede giudiziaria e nei negozi
  • Nel 1927 furono cambiati d’ufficio tutti i cognomi non italiani
  • Furono proibiti il croato e lo sloveno nelle scuole, con l’allontanamento dei relativi insegnanti
  • Scomparvero circa 540 scuole
  • In migliaia finirono al confino per essersi opposti

Una maggioranza slava sotto un dominio autoritario

Per comprendere la portata del dramma è fondamentale un dato demografico: nel 1919 croati e sloveni rappresentavano il 58% della popolazione in Istria. Una maggioranza slava soggetta a un dominio minoritario ma fortemente autoritario. In questo contesto, l’identificazione tra fascismo e italiani divenne una logica conseguenza, alimentando un rancore profondo e diffuso.

L’invasione della Jugoslavia del 1941 e le repressioni italiane

La situazione precipitò con l’invasione italiana della Jugoslavia nel 1941:

  • Si stima che circa 60.000 persone fuggirono dall’Istria tra gli anni ’20 e il 1943
  • Furono istituiti tribunali militari che condannarono a morte centinaia di persone
  • Nella sola provincia di Lubiana furono fucilati circa 5.000 civili, 200 bruciati vivi nelle proprie case e altri 7.000 morti nei campi di concentramento
  • Circa il 10% della popolazione slovena (33.000 persone) fu deportata

Scotti ricostruisce nel dettaglio queste repressioni, delineando un quadro inequivocabile: sloveni e croati avevano ragioni profonde per nutrire rancore verso gli italiani-fascisti, anche perché il regime puntava a identificare totalmente l’italianità con il partito.

Le foibe del 1943: la prima resa dei conti

Cosa successe dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943

La prima resa dei conti avvenne tra settembre e ottobre 1943. Dopo l’armistizio, le truppe italiane rimasero senza ordini. Molti soldati furono aiutati dalla popolazione locale, ma a pagare per la ventennale violenza fascista furono i principali esponenti del regime nelle città istriane.

Gruppi antifascisti italiani e jugoslavi guidarono la cosiddetta “caccia al fascista” a Fiume, Pisino, Albona e Rovigno. Per Scotti si trattò di un movimento popolare contadino, poi supportato dalle forze partigiane.

Chi finì nelle foibe nel 1943?

In questo clima di anarchia, vennero colpite anche persone innocenti, colpevoli soltanto di essere italiane o di ricoprire ruoli amministrativi che le identificavano agli occhi della folla con il regime oppressore. In molti casi si celebrarono processi sommari con condanne a morte per mano dei Comitati Popolari di Liberazione.

Una delle questioni più spinose riguarda il numero delle vittime. Per Scotti i morti in questa fase furono circa 500, nonostante alcuni storici di destra citino cifre molto più elevate. Storici di rilievo come Pupo e Spazzali forniscono dati simili, sottolineando come nei conteggi vengano spesso inseriti erroneamente i caduti durante i combattimenti partigiani.

Il “Dossier Foibe” di Giacomo Scotti è una fonte attendibile?

Il libro è molto dettagliato e basato su fonti d’epoca, prevalentemente croate e slovene, ma anche fasciste. Il lavoro di Scotti permette di inquadrare le foibe del 1943 come una reazione alle violenze subite, pur criticando apertamente i crimini commessi e le violenze perpetrate contro innocenti. Una lettura essenziale per chiunque voglia capire le foibe al di là della narrazione politica.

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