Un collage fotografico storico a colori incentrato sul campo Casoli. Sulla sinistra, un fitto gruppo di decine di uomini in abiti civili dell'epoca, sono internati del campo di Casoli. Al centro, in primo piano, spicca la figura a mezzo busto di un militare italiano in divisa verde con mostrine, medaglie e un cappello con fregio, che guarda verso l'osservatore con un'espressione intensa. Sullo sfondo a destra, si estende una veduta panoramica del borgo collinare di Casoli con le sue case bianche arroccate, mentre un frammento di un vecchio giornale d'epoca con testo capovolto separa visivamente i due lati dell'immagine. In alto a destra è presente il logo "Q" dorato, logo de "LeQuestioni.it"

Nel corso della Seconda Guerra mondiale il regime fascista aprì dei campi di concentramento gestiti dal Ministero dell’Interno, l’obbiettivo era internarvi cittadini ritenuti pericolosi dal regime. Il regime già nel 1933-34 aveva ordinato una prima ricognizione per capire i luoghi possibili dove istituire dei campi. Li realizzeranno in prossimità e nei primi mesi della guerra per accogliere nemici, ebrei stranieri e cittadini ritenuti pericolosi. C’era in corso una guerra, non c’era spazio per il dissenso interno.

L’arresto degli ebrei: inizio dell’internamento

In particolare, furono gli ebrei stranieri a pagare. Il capo della polizia Arturo Bocchini emanò l’ordine di arresto nei confronti degli ebrei stranieri il 15 giugno. In quel momento, gli ebrei stranieri erano circa 4 mila e furono internati in diversi di questi campi.

Perché i campi di concentramento fascisti furono aperti nel Centro-Sud?

Un campo di concentramento è un luogo per allontanare dalla normale vita civile persone ritenuto pericolose. Il regime cercò territori isolati, poveri economicamente e culturalmente, ritenuti maggiormente adatti ad ospitare questi luoghi di detenzione. Di conseguenza, molte aree dell’Italia centrale e meridionale rispondevano al meglio a questi criteri.

Il primato dell’Abruzzo e i campi della provincia di Chieti

Molte di queste strutture comparvero nel Centro e nel Mezzogiorno italiano, ma c’è una regione che deteneva il primato: l’Abruzzo. Nella regione aprirono ben 15 strutture, due delle quali gestite dall’esercito. In questa mappa della repressione è la provincia di Chieti ad aver un ruolo di primo piano con ben sei campi attivi: Lanciano, Vasto, Lama dei Peligni, Tollo, Chieti Scalo gestito dall’esercito e il campo di Casoli, l’oggetto del nostro articolo.

La nascita del Campo di Casoli:

Casoli è un piccolo borgo collinare della provincia di Chieti di circa 9 mila abitanti. Lontano dai centri nevralgici del Paese, fu scelto dall’ispettore Generale di Pubblica Sicurezza Roberto Falcone che aveva trovato dei locali definiti idonei ad ospitare gli internati.

Quasi la totalità dei campi italiani fu creato proprio così: non nuovo edificio, ma una rifunzionalizzazione di edifici già esistenti. Si usavano castelli, conventi, caserme e anche sale cinematografiche. Casoli non fa eccezione.

Le sedi del campo erano due:

 ● La prima era un locale sottostante il Vecchio Municipio di Casoli, una vecchia scuola di avviamento professionale che ospitò circa 30 internati.

 ● La seconda era un locale di proprietà dell’avvocato Vincenzo Tilli dalla capienza di 100 posti dalle condizioni malsane. Gli internati furono allora spostati in un altro edificio del Tilli, una sala precedentemente dedita a feste, cinema e spettacoli teatrali, e ospitò circa 50 internati.

Il campo fu aperto il 9 luglio del 1940 e al 18 luglio accoglieva 51 ebrei stranieri.

Dagli ebrei stranieri agli internati politici jugoslavi: l’evoluzione del campo

Fino al 3 maggio 1942 Casoli ospitò unicamente ebrei stranieri, poi trasferiti nel campo di Campagna (Salerno), per poi accogliere 82 internati politici jugoslavi provenienti dal campo di Corropoli (Teramo). Il campo fu chiuso definitivamente nell’estate del 1944, ma già dal dicembre 1943 la situazione era radicalmente cambiata.

Con la risalita delle truppe Alleate e il passaggio sotto il controllo inglese, la funzione repressiva del campo cessò: gli spazi non servivano più a rinchiudere i “nemici”, ma divennero centri di accoglienza per i profughi e per chi aveva perso tutto sotto i bombardamenti della Linea Gustav, che passava proprio in quelle zone.

Come si viveva nel Campo di Casoli: tra “ozio coatto” e restrizioni

Quando gli internati arrivavano nel campo, ricevevano una branda in ferro, un materasso di lana con fodera, un cuscino, due lenzuola, una coperta e un asciugamano, mentre dovevano consegnare passaporto, documenti, oggetti di valore e denaro.

Non essendoci obblighi di lavoro, la vita nel campo era caratterizzata da quello che lo storico Giuseppe Lorentini definisce “ozio”. L’internamento, infatti, significava passare le giornate senza fare nulla, nella noia più totale, in condizioni di vita pessime.

La differenza di trattamento tra ebrei e prigionieri jugoslavi

Come scrive Lorentini nel suo L’ozio coatto, gli ebrei stranieri ebbero più libertà di movimento nel paese, tanto che i più facoltosi ebbero il permesso di andare oltre i limiti del campo per fare acquisti nei negozi o per mangiare nelle trattorie del paese. Al di là dei giri nel piccolo borgo di provincia, la vita trascorreva nell’ozio più totale.

La situazione cambiò nel maggio del ’42 quando arrivarono gli jugoslavi. Tutti erano in condizione di estrema povertà, tanto da dover richiedere il sussidio ministeriale di 6 lire e 50 al giorno per sopravvivere. In generale, le autorità italiane furono più ostili con loro e non permisero le passeggiate per il paese. Nonostante l’invio di pacchi dalla Croce Rossa, che visitò il campo, la vita era assai precaria. Infatti, gli jugoslavi rientravano tra le categorie per cui valevano le Convenzioni di Ginevra.

Ma oltre all’aiuto materiale, ciò che più desideravano gli internati era fare qualcosa, un semplice lavoro, in modo da far passare quelle giornate vuote e sentirsi ancora utili al mondo.

La liberazione del campo di Casoli e la memoria storica oggi

Il campo venne chiuso non al più tardi del luglio 1944. Oggi parte della documentazione del campo di Casoli è consultabile sul sito del Centro di Documentazione online Campo di concentramento di Casoli, frutto del lavoro dello storico Giuseppe Lorentini, autore del principale studio su questo campo.

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