Arturo Bocchini, capo della polizia fascista e fondatore dell'OVRA, in automobile accanto a Benito Mussolini

“Sei un pazzo, sei un pazzo!” diceva nervosamente nel suo ufficio. “Porterai il paese alla rovina!”, urlava tra sé e sé contro Benito Mussolini. Quest’uomo non era un nemico del regime, anzi era da molti anni l’ombra del dittatore italiano, tanto da essere chiamato “vice duce”. Costui è Arturo Bocchini, un uomo che conosceva tutto degli italiani: l’umore su questo o quel tema, sapeva chi fossero gli oppositori politici pericolosi, conosceva tutti i gerarchi, ad uno ad uno e di loro sapeva tutto, anche i segreti più intimi.

Egli era l’ombra di Mussolini, il capo della Polizia che aiutò il dittatore a tenere le redini dell’Italia creando l’OVRA, la polizia politica del fascismo

Chi era Arturo Bocchini: origini e formazione

Arturo Bocchini nasce nel 1880 a San Giorgio della Montagna in provincia di Benevento. Dopo aver conseguito una laurea in Giurisprudenza all’università Federico II di Napoli nel 1902, inizia la sua carriera nei ranghi del ministero dell’Interno nell’Italia Liberale.

Nel 1902 Benito Mussolini ha solo 19 anni ed è fuggito in Svizzera per evitare la leva militare, qui si formò politicamente ed intellettualmente. Nessuno dei due immaginava che un giorno le loro strade si sarebbero incrociate…

Il 28 ottobre del 1922 cambia la storia con la S maiuscola italiana: inizia la Marcia su Roma, Benito Mussolini attende gli sviluppi. Nel frattempo, Bocchini segue gli eventi da spettatore, non poteva immaginare che lì, per le strade della capitale si stava svolgendo l’evento che avrebbe cambiato la sua vita. Il colpo grosso riesce. Re Vittorio Emanuele III non ha proclamato lo stato d’assedio, al contrario. Benito Mussolini riceve l’incarico di formare il governo, era l’inizio del Ventennio fascista.

Cambia il regime, ma non cambia Bocchini che continua a lavorare meticolosamente. Sotto il governo fascista ricevette i suoi primi incarichi importanti: fu prefetto di Brescia, poi a Bologna e infine nel 1925 a Genova, dove si impegnò in una lotta contro i sindacati marittimi, raccogliendo la stima delle alte cariche.  Ed è proprio da qui che parte l’ascesa verso i vertici del sistema.

L’ascesa del “vice-duce”: dalla nomina a capo di Polizia alle leggi fascistissime

Gli attentati al Duce

Tra il 1925 e il 1926 Benito Mussolini sopravvive a tre attentati:

  • Tito Zaniboni: Il 4 novembre del 1925 Roma, attentato sventato dalle indagini di Polizia.
  • Violet Gibson: Il 7 aprile questa donna islandese attentò alla vita di Benito Mussolini. Siamo a Roma, il duce era appena uscito dal Campidoglio e la donna sparò con una pistola ferendolo.
  • Gino Lucetti: l’11 settembre del 1926 Lucetti si appostò sul piazzale di Porta Pia a Roma e lancio una bomba contro una macchina che trasportava il dittatore che uscì illeso dall’attentato.

L’attentato ad opera di Gino Lucetti fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il duce stanco fece “saltare qualche testa”, come si suol dire in gergo: il capo della polizia Francesco Crispo Moncada venne fatto dimettere, al suo posto venne scelto Arturo Bocchini.

Era stato segnalato dai colleghi. Era l’uomo di cui il fascismo aveva bisogno. Egli era riuscito ad imporre ordine e obbedienza in ogni città. Che siano oppositori politici, contestatori del potere o fascisti troppo violenti e fuori controllo, la mano di Bocchini era pronta ad intervenire con rapidità e precisione. Eppure c’è un momento in cui Bocchini rischia grosso, la sua carriera stava per essere stroncata sul nascere da un ragazzino di 14 anni.

L’attentato di Anteo Zamboni

Era la sera del 31 ottobre 1926, Mussolini era a Bologna, qualche giorno prima aveva inaugurato lo stadio Littoriale (per intenderci l’attuale dall’Ara, stadio di Casa del Bologna). Alla fine delle celebrazioni si trova su un’auto insieme a Leandro Arpinati. In mezzo alla folla c’era Anteo Zamboni, un ragazzino di soli 14 anni con la rivoluzione ne sangue.

Vede la macchina, puntò la pistola che aveva con sé e senza tremare sparò verso Mussolini. La pistola tuonò.

Il proiettile si avvicina alla macchina. In quel colpo c’erano tutte le speranze degli antifascisti, di tutti i liberali che si erano allontanati dall’Italia, di tutti i secessionisti dell’Aventino…

Mancato.

Il coraggio costò caro al ragazzo. Gli squadristi e i militari lì presenti riconobbero immediatamente l’attentatore, Anteo non ebbe scampo. Fu linciato con dalla folla, è stato uno degli atti più codardi della storia fascista.

Arturo Bocchini aveva fallito, non era riuscito a proteggere il duce, ma fu risparmiato perché era entrato in carica da troppo poco, Mussolini scelse di dargli una seconda chance.

Il capo della Polizia nel suo ufficio probabilmente con una tazza di caffè fumante davanti aveva deciso: non sarebbe mai più successo, non finché lui è incaricato di proteggere il duce e la patria.

Nei tentacoli della (PI)OVRA

le leggi fascistissime

Poco tempo dopo l’attentato Mussolini e i suoi decisero che era l’ora di una stretta. Il governo varò delle leggi note come “Leggi per la difesa dello stato”, sono quelle che a scuola chiamano “Leggi fascistissime”. Il fascismo mostrò il suo volto duro e repressivo:

  • I partiti politici vengono sciolti
  • Venne soppressa la libertà di stampa
  • Venne ridotta la libertà di associazione
  • Venne introdotto il confino per tenere lontane dal dibattito pubblico figure scomode
  • Venne introdotta la pena di morte, abolita dal codice Zanardelli del 1889

Per Bocchini era una sfida.  Le leggi c’erano e c’era “chi vi poneva mano” ed era particolarmente freddo e determinato nel farle rispettare.

la creatura di Arturo Bocchini: dagli “ispettori speciali” alla nascita dell’OVRA

Per far rispettare le leggi, proteggere il duce, mantenere l’ordine, Bocchini creò gli “ispettorati speciali di polizia”, la prima sede fu Milano. Il suo successo portò all’apertura di nuove sedi in altre città italiane. Nel 1930 assumerà il nome di OVRA.

Cosa significa OVRA?

Il significato della sigla OVRA è oscuro. Alcuni studiosi hanno proposto “Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo”, ma non ci sono sufficienti prove a sostegno della tesi. L’interpretazione più probabile è che il termine sia una storpiatura del termine “Piovra”, per indicare la natura tentacolare e pervasiva di questo organo di politica

Quali caratteristiche aveva l’OVRA?

Questa nuova forza era la creatura di Arturo Bocchini. Concepì una polizia politica che operava nel suo stile. Quali caratteristiche aveva l’OVRA?

  • Pochi funzionari con compiti speciali in modo da snellire la catena di comando.
  • L’ufficio e i suoi agenti erano indipendenti da questori e prefetti. Rispondevano direttamente ad Arturo.
  • Gli agenti utilizzano pedinamenti, intercettazioni telefoniche e infiltrazioni sotto copertura nelle organizzazioni sovversive per raccogliere le informazioni del caso.
  • Uno dei compiti dell’OVRA era quello di capire l’umore degli italiani su diversi temi per capire come potesse reagire l’opinione pubblica a certi provvedimenti. Per questo venivano svolti dei veri e propri sondaggi.
  • Bocchini costruisce un archivio parallelo, i fascicoli si chiamavano “fascicoli verdi”. Era un archivio parallelo a quello di stato dove si potevano trovare cartelle biografiche su cittadini attenzionati dall’OVRA e anche informazioni sulle gerarchie fasciste. Vita, grado di cultura, capacità professionali, caratteristiche fisiche, tendenze sessuali e psicologiche. Allora come oggi, sapere è potere.

Alle spie di Bocchini non sfuggiva nulla, d’altronde il primo freddo calcolatore era proprio lui.

La repressione del dissenso

Bocchini era un burocrate intelligente, la polizia politica era “roba” sua. Esattamente come nella sua carriera da prefetto, non si faceva scappare niente sui pericoli per il regime mussoliniano, lavorava con raziocinio, era un uomo diverso e anche l’OVRA aveva delle modalità di operare differenti.

Era un uomo che rifuggiva agli estremismi, alla violenza gratuita e dimostrativa. Non era di suo interesse creare un clima generale di paura. Bocchini sa che il terrore è l’anticamera del dissenso, sa che può essere deleterio al regime. E’ in grado di valutare il pericolo, questo gli permise di massimizzare l’uso delle sue risorse, dirigendole sempre verso reale pericolo.

Giustizia e libertà: la prima vittima di Arturo Bocchini

Giustizia e Libertà è un movimento antifascista nato a Parigi nel 1929 da italiani dissidenti al regime. Il gruppo aveva realizzato degli “attentati dimostrativi”, non per uccidere civili, ma per distruggere “cose”, con l’obbiettivo di creare un clima di insicurezza.

Pericolosi, non importa cosa fanno, al fascismo non deve scappare nulla. “Ordine” è la parola chiave. Bocchini scelse quindi di infiltrare diversi agenti nell’organizzazione, gli fece scalare i ranghi per giungere a stretto contatto con il vertice del gruppo.

L’obbiettivo? Scoprire tutto: nomi deli appartenenti, obbiettivi degli attentati, modus operandi. Riesce così a rendere inefficace qualunque azione del movimento.

Il partito comunista: una spina nel fianco per il fascismo

Il più grande attenzionato era il partito comunista, lo riteneva pericoloso perché poteva avvalersi dei suoi rapporti con l’Unione Sovietica, organizzarsi dall’esterno con l’appoggio di una potenza straniera e radicarsi clandestinamente sul territorio.

La prima azione fu, in ossequio alle “leggi fascistissime”, arrestare tutti i deputati del partito, tra questi Gramsci. Comincia poi a monitorare la situazione con la lente di ingrandimento. È proprio nella gestione del dissenso comunista che mostra tutto il suo occhio da stratega.

Non è interessato a questioni ideologiche, valuta i fatti. Nel 1931-32 capisce che l’organizzazione ha perso forza. Lo deduce osservando il profilo degli agenti inviati da Mosca sul territorio. Sono sempre meno numericamente e sempre meno capaci. Decide così di togliere risorse alla sorveglianza comunista per investire i suoi agenti in altri compiti.

Una scelta non scontata, soprattutto se guardiamo al fascismo e ai fascisti con il preconcetto di “gente violenta e ignorante”, ma Bocchini è un saggio di come non tutti siano così, ma anzi, siano gente capace.

Gerarchi fascisti sotto i tentacoli dell’OVRA

Nessuno è salvo nei tentacoli dell’OVRA. Anche e soprattutto i gerarchi erano attenzionati, di loro sapeva tutto, doveva capire se stessero tramando contro Mussolini. Conosceva tutto, anche i loro segreti più intimi, d’altronde è meglio conoscere anche degli amici. Con i tempi che correvano, era meglio prepararsi.

La caduta di Arturo Bocchini

Il potere personale di Bocchini cresce grazie al suo lavoro, efficace e preciso come un bisturi. Basti un dato: solitamente i tedeschi disprezzavano i gerarchi italiani, ma non lui. Lo trovavano diversi, affascinante, uno con cui si poteva parlare. Nel 1936 Himmler promuove un protocollo d’Intesa per scambi di informazione e tecniche investigative. La stima comunque era unilaterale, il capo della polizia riteneva i nazisti, ritenendoli troppo estremi e ideologizzati.

Andava a colloquio quotidianamente con Mussolini, lo aggiornava sull’umore dei cittadini, lo cominciavano a chiamare “Vice Duce”, sicuramente non a torto. Questo però attirò le antipatie dei colleghi…

Nel 1933 era stato nominato “sottosegretario degli interni” Guido Bufarini Guidi che cercava di indebolire la posizione di Bocchini vicino al duce.  Da questo momento in poi i colloqui da una cadenza giornaliera passeranno a settimanale, l’ascendente di Bocchini sul capo di stato è in discesa.

L’Italia entra in guerra

Come era accaduto per le leggi razziali, anche prima dell’ingresso in guerra all’OVRA fu commissionato un sondaggio per capire l’umore degli italiani sul tema. Bocchini si recò negli uffici di Mussolini dandogli conto dell’indagine. Forse il duce si aspettava un responso diverso, ma Bocchini non era il tipo che compiaceva, non sarebbe stato professionale d’altronde.

“Gli italiani sono contro la guerra”. Il duce non la prese bene, scelse di ignorare l’informazione anche grazie a Starace che, qualche minuto prima, gli aveva detto esattamente il contrario, senza saperlo, semplicemente per compiacere il dittatore.

Bocchini torna nel suo ufficio furioso. Quanto segue non se sia vero o meno. Si dice che urlò “Sei pazzo!”, “manderai in rovina il paese”, rivolgendosi al quadro appeso nel suo ufficio del Viminale. Prese il quadro poi lo lanciò a terra, nervosamente e lo calpestò. Il suo temperamento cade in questa occasione, sa benissimo che il dado è tratto.

Combattenti di terra, di mare e dell’aria… 10 ottobre 1940

Statuario, si erge dal balcone di piazza Venezia, mani suoi fianchi. E’ l’ora delle decisioni irrevocabili.

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria, camicie nere della rivoluzione e delle legioni, uomini e donne d’Italia dell’impero e del regno d’Albania, ascoltate! L’ora segnata dal destino batte il cielo della nostra patria […] la dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia. Scendiamo in capo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”.

Bocchini ha fallito, l’Italia si è lanciata in una guerra che, come ben sappiamo, non la vedrà uscire vincitrice.

La morte di Arturo: malore o assassinio?

Il 18 novembre dopo aver consumato un pasto presso l’albergo degli Ambasciatori, rientrato nella sua casa cominciò a sentirsi male, capì che non si sarebbe ripreso. Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Arturo Bocchini spirò. Aveva molti nemici, la pista dell’avvelenamento è ancora oggi per gli storici valida, nonostante non ci siano prove.

Il male è freddo e calcolatore, Arturo Bocchini è uno dei volti del vero fascismo.

Arturo Bocchini era un burocrate, un uomo freddo e metodico. Ha messo in piedi l’OVRA, un sistema fatto a sua immagine e somiglianza. Era una temibile polizia politica in grado di infiltrarsi nelle fila del dissenso per conoscerlo e distruggerlo.

È una figura interessante da conoscere. Non è il “classico fascista” che possiamo avere in mente, crudele, violento. E’ un uomo diverso che rifugge gli estremismi, dimostrandoci come il “fascismo” non era fatto solo di fanatici, ma anche di burocrati e altre persone “normali” che mettevamo al servizio del regime politico di turno le proprie competenze.

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