Il dittatore si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia. Erano le ore 18.30 del due ottobre 1935 e rivolgendosi alla nazione tuonava: “Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia […]” diceva il Duce, con una posa statuaria, a voce alta e sicura continua “Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola”. Era l’annuncio dell’aggressione all’Etiopia.
“L’Abissinia” era nel mirino italiano da tempo e fu un incidente al confine tra Etiopia e Somalia, al tempo colonia italiana, a fornire il pretesto per passare all’azione. Quotidiani, radio, cinema, teatro trasmisero un unico messaggio: agli italiani aspettava un radioso futuro coloniale. Il lavoro della propaganda era cominciato prima dell’invasione con il fine di creare consenso. .
In chiave propagandistica nacquero molte canzonette che cementavano l’orgoglio nazionale e facevano propaganda entrando nelle teste dei soldati e della gente comune. Una di queste diventò famosa, venne portata al teatro Capranica di Roma e i soldati la cantavano, eppure Mussolini odiava questa canzone…
“Si mo da l’artipiano guardi er mare”, Renato Micheli e la nascita di Faccetta Nera
La canzone è “Faccetta Nera”, uno dei testi più celebri del Ventennio, sia per il successo raggiunto all’epoca, sia per la fortuna posteriore al regime. “Si mo da l’artipiano guardi er mare” è l’incipit del testo, notiamo subito in romanesco, perché ironia della sorte nasce in questo dialetto.
Mussolini era nemico del campanilismo e osteggiava il dialetto in quanto espressione dei particolarismi regionali, La prospettiva era la nazione, l’Italia. Faccetta Nera nacque in un contesto locale: il suo autore Renato Micheli la scrisse per un festival della canzone dialettale, dove per altro fu scartata. Mario Ruccione musicò la canzonetta in una versione “italianizzata”, divenendo così celebre in questa forma, soprattutto dopo che Carlo Buti la cantò al teatro Capranica di Roma.
L’indomani dell’inizio delle ostilità, il motivetto era nella testa degli italiani e dei soldati pronti a far fuoco per la patria. Mussolini però odiava quella canzone e il Ministero intervenne per modificarla, toccando in particolare un verso.
Il verso originale recitava “vendicheremo noi sullo straniero/I morti d’Adua e liberamo a te”, sostituito con “Vendicheremo noi Camicie Nere/l’eroi caduti libramo a te”. Per capire questo passaggio ricordiamo un evento di fine Ottocento: Il governo liberale Italiano tentò di conquistarsi un posto al sole in Etiopia, un primo tentativo che si chiuse nel peggiore dei modi ad Adua, era il 1° marzo del 1896 e l’esercito italiano fu sconfitto dalle truppe Etiopi, ponendo così fine a questa prima campagna d’Etiopia. Mussolini non gradiva questo riferimento, non confacente all’idea di grandezza dell’Italia che la sua propaganda portava avanti, perciò fece rimuovere il ricordo di questo evento.
I temi della canzone
Nel testo sono presenti diversi temi, utili a noi per comprendere alcuni aspetti della propaganda durante la guerra etiope. Vediamoli tutti uno ad uno.
Missione civilizzatrice: un must-have delle imprese coloniali
Renato Micheli riprese il tema utilizzato da altre potenze europee in occasione delle missioni coloniali, cioè il “dovere civilizzatore” dell’uomo europeo. Nel testo si fa riferimento ad una anonima faccetta nera, è “schiava tra gli schiavi”, ma con la vittoria italiana verrà liberata e avrà una nuova legge ed un nuovo re. A onor del vero, la schiavitù era stata abolita in Etiopia, ma l’usanza era rimasta, la missione fascista propagandata era togliere questo costume dal mondo etiope.
Un altro elemento collegato ai propositi civilizzatori è l’allusione a una “nuova legge”, uno dei temi portanti del fascismo. La legge fascista veniva raccontata richiamandosi al ricordo della Roma antica, era efficace, equa e rigorosa e metterà “ordine” nell’arretrato e selvaggio mondo etiope.
La spinta erotica alla conquista
Nel testo ci sono riferimenti a suggestioni erotiche, si parla di una “schiavitù d’amore” a cui sarà sottoposta l’anonima “faccetta nera” dopo la vittoria fascista. L’associazione tra conquista erotica e colonialismo non è una novità di “faccetta nera”, è uno stilema acquisito da tempo. Per fare un esempio la canzone “A Tripoli!”, creata in occasione della campagna in Libia del 1911-1912 aveva accostato queste due dimensioni.
L’accostamento fatto nella canzone è connesso ad un fenomeno tipicamente italiano, il madamato. Quando parliamo di “madamato” intendiamo una pratica diffusa tra i soldati italiani nelle colonie di intraprendere una relazione con una donna autoctona, detta “madama”. Diversi militari Italiani nel Corno d’Africa e l’Etiopia non fece eccezione, iniziarono ad avere relazioni con donne etiopi.
Un caso famoso fu la vicenda che coinvolse il giornalista Indro Montanelli. All’età di 26-27 anni ebbe una relazione con una giovane di 12-14 anni, salvo poi cederla a causa delle leggi del 1937 che vietò gli atti sessuali e la convivenza tra italiani e donne etiopi.
Faccetta nera: una canzone odiata da Mussolini
Faccetta Nera è senza dubbio tra i motivi musicali più noti del Ventennio, ma il brano non piacque al regime e a Benito Mussolini. Quelle parole che inneggiavano al meticciato, all’erotismo con le donne autoctone andavano contro gli ideali delle camice nere. L’uomo italiano doveva essere superiore, l’unione tra le stirpi non era concepibile nel suo progetto imperiale e di rinnovamento.
Era il 13 giugno del 1936 e sul giornale torinese “La Gazzetta del Popolo” comparve un pezzo scritto dal giornalista Paolo Monelli in cui si criticava l’autore di Faccetta Nera e si sottolineava che questa “Abissina” di cui si canta nella canzone sia, come tutte le abissine, una donna rozza, primitiva, agli antipodi del nostro tempo.
Ecco alcuni passi dell’articolo che possono raccontarti meglio di me il modo razzista di screditare la canzone e le donne etiopi:
“Prenderei l’autore delle parole della canzone «Faccetta nera» e l’obbligherei a vivere due o tre settimane, che dico? due o tre giorni, e giuraddio che basterebbero due o tre ore, in una capanna abissina con una faccetta nera. […] E gli direi: – Eccoti la tua faccetta nera; dàlle la tua patria ed il tuo re e tientela vicino a te tutta la vita; questo è il fiore dell’equatore che ti aspetta e spera che già l’ora si avvicini, vestila per la rivista, mettila in camicia nera (così almeno avrà una camicia”
“Non è ammissibile per un popolo sano, forte, attivo, la promiscuità con i barbari vinti. Un popolo che costruisce per uno splendido futuro non augura a sé eredi corrotti; ed è fatale corruzione quella di diluire un sangue che ha tremila anni di cultura e di civiltà con un sangue che stagna in millenaria barbarie”.