27 agosto 1923, Valle del Drin.
Un convoglio internazionale avanza tra le montagne albanesi ignaro di muoversi verso il proprio destino. Il viaggio procede tranquillo, sembra una giornata ordinaria per la delegazione incaricata di risolvere la crisi di Corfù. Dopo qualche ora di viaggio, il silenzio delle montagne viene squarciato da una pioggia di piombo: il generale Enrico Tellini e i suoi uomini cadono in un agguato brutale, lasciando sull’asfalto il sangue di una missione diplomatica mai conclusa.
Ecco la scintilla che incendia il Mediterraneo. A Roma, il giovane governo Mussolini coglie il pretesto per un’azione spregiudicata, puntando i cannoni su Corfù e sfidando apertamente le potenze europee. Tra promesse tradite, orgoglio nazionale e una Società delle Nazioni impotente, quella missione di pace si chiuse nel sangue, svelando un’Europa che ancora fatica a trovare un equilibrio dopo la Prima Grande Guerra.
Per capire la crisi di Corfù tocca fare un passo indietro…
L’origine della crisi di Corfù: la disputa sul confine greco-albanese
Il ruolo della Conferenza degli Ambasciatori
Il confine tra Grecia e Albania era un tema scottante, per cercare di abbassare la temperatura, le due nazioni si rivolsero al “Consiglio degli Ambasciatori”, un organo consultivo nato a Parigi nel 1920.
Qui si incontravano gli ambasciatori di Italia, Inghilterra, Francia, Giappone e Stati Uniti, questi ultimi solo in veste di osservatori. Sono le principali forze dell’Asse, i vincitori della Prima Guerra Mondiale che usano questo consiglio per sciogliere i nodi critici in diverse zone del mondo ed evitare nuovi conflitti.
La Conferenza accolse la richiesta e creò una commissione composta da ambasciatori francesi, inglesi e italiani, alla cui testa e vi fu Enrico Tellini, un generale italiano. L’obbiettivo era raccogliere le ragioni delle parti in causa, osservare fisicamente l’area in questione e tracciare un confine, risolvendo una volta per tutte il problema.
L’eccidio Tellini: l’agguato del 27 agosto 1923
La crisi di Corfù ha le sue radici nel terreno della valle del fiume Drin. Il 27 agosto del 1923 Tellini aveva organizzato una ricognizione congiunta in quell’area a cui parteciparono anche i rappresentanti di Grecia e Albania. Le macchine partirono nel seguente ordine: prima la delegazione albanese, poi quella greca e a chiudere il convoglio la delegazione italiana.
Il viaggio proseguiva tranquillo, la strada scorreva sotto le ruote dell’auto, sembrava una giornata come tante altre. Gli Italiani ad un certo punto incrociarono i greci fermi, la loro macchina aveva un guasto al motore ed erano in attesa della squadra di riparazioni. Invitarono quindi Tellini a proseguire per raggiungere Kakavia, la località del rendez-vous. La delegazione greca nel giro di qualche ora riuscì a riparare il guasto e ripartire.
Dopo qualche chilometro furono obbligati a fermarsi. Scesero dalla macchina, spaventati. Davanti a loro uno spettacolo immobile e atroce: Tellini e i suoi uomini giacevano a terra inermi, intorno alla macchina, pieni di sangue.
La dinamica dell’attentato a Tellini
Gli assassini sfruttarono la vegetazione per rimanere in ombra, bloccarono la strada con le frasche degli alberi e una volta fermata la macchina, imbracciarono le armi, spararono e sparirono. Un lavoro perfetto. E’ così che la delegazione italiana fu colpita a morte.
Le indagini: un delitto senza colpevoli
Il colonnello Botzaris, capo della commissione greca, informò tempestivamente il governo. Atene inviò una squadra per cominciare le indagini, affiancati da Andrea Liverani, un membro del consolato italiano. Le ricerche furono vane: movente, nazionalità degli esecutori, un’identità, niente. Sembravano spariti nel nulla, lì su quelle mortali montagne.
Le testimonianze greche e le accuse all’Albania
“Abbiamo visto! abbiamo visto gli assassini. Erano albanesi”.
Così parlarono qualche giorno dopo due contadini di origine greca che abitavano nell’area, era il due settembre. Delle accuse pesanti che imputavano la responsabilità all’Albania. La loro testimonianza però non era affidabile: questi contadini vivevano nell’area contesa e con ogni probabilità avevano il dente avvelenato contro i vicini. Il governo dell’Albania respinse queste gravi accuse.
Mussolini reputò quanto accaduto un danno alla nazione, tuonò contro il governo greco, sino a prendere la drastica decisione di occupare Corfù. Fu una decisione calcolata che non viene dal nulla. L’omicidio della delegazione italiana fu un’altra goccia caduta nel vaso dei pessimi rapporti diplomatici tra i due stati mediterranei, una goccia che ha la sua fonte nelle promesse “campate per aria” fatte dalla Triplice Intesa per assicurarsi alleati in guerra.
Le radici della crisi d: i rapporti italo-greci dopo la Prima Guerra Mondiale
Il Patto di Londra del 1915 e le promesse dell’Intesa
Il 24 aprile del 1915 il regno d’Italia si accordò con l’Intesa per l’ingresso in guerra al loro fianco, è il famoso Patto di Londra. In caso di vittoria il Tricolore avrebbe ottenuto alcuni territori in Medioriente e Anatolia, gli sarebbe stata riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia e sull’arcipelago del Dodecaneso, entrambe occupate dal 1912, strappate via bellica all’impero Ottomano.
Nel Patto erano presenti anche altre proposte, come la regione mediterranea di Adalia che sarebbe stata assegnata ai Savoia in caso di caduta dell’Impero Ottomano. Nulla di obbligatorio. Il governo italiano voleva delle garanzie, per questo a guerra inoltrata, più precisamente il 24 aprile del 1917, Sidney Sonnino firmò con Francia e Regno Unito gli Accordi di San Giovanni di Moriana che precisava alcune parti ambigue del Patto di Londra.
Il nodo di Smirne
Secondo questo nuovo accordo l’Italia avrebbe ricevuto la parte sud occidentale dell’Anatolia, tra cui la città di Smirne. Questo però cozzava con le ambizioni di Atene. Negli ambienti ellenici, praticamente sin dalla sua nascita, aveva preso forma il progetto della Grande Grecia, Smirne rientrava in questa concezione territoriale.
La conferenza di Parigi e il deterioramento dei rapporti
L’Intensa ne era consapevole. Per far entrare la Grecia in guerra al loro fianco e accelerare la vittoria finale, cominciarono a fare delle promesse mirabolanti, che difficilmente sarebbero riusciti a mantenere. Promisero la Tracia Meridionale, le isole di Imbro e Tenedo e la stessa regione di Smirne promessa all’Italia. Una proposta fatta a vanvera per l’esigenza del momento.
Nella conferenza di pace a Parigi sia la delegazione italiana, sia i rappresentanti della Grecia fecero pressioni sull’Intesa, ma quando i primi lasciarono indignati il tavolo delle trattative, ecco che l’Inghilterra convinse USA e Francia ad appoggiare le rivendicazioni greche sull’area di Smirne. Atene ebbe il via libera per occupare la regione.
Sfortunatamente le truppe turche guidate da Mustafa Kemal sconfissero i greci sul campo di battaglia. Atene non entrò in possesso di quei territori, ma questo caos diplomatico bastò ugualmente per deteriorare i rapporti.
La risposta italiana all’eccidio di Giannina: l’ultimatum di Mussolini
L’omicidio di Tellini fu l’apripista delle ostilità. Il governo Mussolini all’epoca è un governo giovane che ancora non ha assunto i tratti più repressivi che avrà dopo il 1925-26. La risposta fu dura. L’Italia attribuì ogni responsabilità alla Grecia. Ignorò la neonata Società delle Nazioni, non si consultò con le altre potenze dell’Intesa, agì in autonomia e con fermezza.
Le sette richieste italiane al governo greco
Il capo del governo scrisse all’ambasciatore italiano Montagna e al ministro degli esteri, allegando un documento con le seguenti richieste di risarcimento:
- Presentazione di scuse formali del governo greco
- Svolgimento di una solenne cerimonia funebre per le vittime in presenza del governo greco.
- Rendere onore alla bandiera italiana
- Aprire un’inchiesta a cui avrebbe dovuto partecipare un rappresentante italiano come garanzia, individuato nella persona del colonnello Perrone.
- Pena capitale per gli autori del crimine
- Indennità di 50 milioni di lire come risarcimento
- Onorare le salme dei caduti durante l’atto di imbarco per farle tornare in patria.
La Grecia accettò alcuni punti, ma rifiutarono fermamente il punto quattro, cinque e sei perché considerati un’ammissione di colpa. Giunta quindi la risposta negativa, Mussolini ruppe gli indugi. Era tempo di un’azione forte. L’orgoglio nazionale andava difeso.
La crisi di Corfù: Italiani, all’assalto!
Mussolini inviò una flotta composta da quattro corazzate che circondò l’isola e le chiese di arrendersi. Rifiutarono. Allora le navi italiane fecero suonare i cannoni.
Qualche colpo di piccolo calibro sparato sull’antico forte in difesa dell’isola. Questi bastarono per macchiarsi le mani di sangue: circa 10 greci persero la vita. Senza aspettare ancora, senza ulteriori richieste o trattative, i soldati italiani sbarcarono sull’isola e la occuparono senza colpo ferire: la crisi di Corfù è entrata nel vivo.
La crisi di Corfù alla Società delle Nazioni
“Italia…Grecia”, “E’ solo un atto di garanzia!”… “Corfù”… voci indistinte, parole spezzate che galleggiavano nel vuoto di una diplomazia impotente. A Ginevra, dove in quei giorni era riunita la Società delle Nazioni, non si parlava di altro.
La Grecia coinvolse la Società, Mussolini dal canto suo sosteneva che il ricorso di Atene alla Società delle Nazioni non fosse legittimo. Secondo il Duce il caso era di competenza della Conferenza degli Ambasciatori. “L’occupazione di Corfù non è un atto di guerra, ma di garanzia. E’ una questione che riguarda noi italiani, è il nostro orgoglio a essere stato offeso!”.
Il governo italiano per forzare la mano, annunciò che si sarebbe ritirata dalla Società delle Nazioni. Era un bluff. L’Italia non poteva uscire da questo organo alla leggera. Abbandonare la Società significava sprofondare nell’isolamento diplomatico.
La strategia di Mussolini: puntare sulla Conferenza degli Ambasciatori
Fortunatamente il governo Mussolini non dovette scoprire la mano perché Francia e Inghilterra misero giù le carte: accettarono che la questione fosse risolta dalla Conferenza degli Ambasciatori. L’obbiettivo era stato raggiunto. Ma perché preferì quest’organo alla Società delle Nazioni?
Perché era un organo con meno attori, dove il peso specifico di Francia e Gran Bretagna era maggiore e Mussolini sapeva bene come stuzzicare i loro appetiti.
La Francia era desiderosa di trovare appoggi per la questione della Ruhr, invece l’Inghilterra ha bisogno di chiudere la vicenda per salvaguardare i suoi interessi nel Mediterraneo.
La risoluzione della crisi di Corfù: il compromesso del 27 settembre 1923
Il 27 settembre del 1923 la Grecia adempì alle richieste sottoposte dall’Italia alla conferenza degli ambasciatori. La crisi venne risolta senza ulteriori azioni militari.
Ci fu una lunga discussione su chi fosse effettivamente il soggetto leso. Tellini era italiano, ma agiva come rappresentate della Conferenza degli Ambasciatori, si giunse così ad un compromesso: l’oggetto leso era la Conferenza, l’Italia però era il soggetto più danneggiato; dunque le spettava qualche forma di riparazione.
Le navi italiane avrebbero guidato la flotta internazionale e avrebbero ricevuto il saluto alla bandiera dal governo greco. Cosa più importante, la Grecia depositò 50 milioni di lire, presso la Banca Nazionale Svizzera a titolo di cauzione in favore dell’Italia.
Conclusioni: le conseguenze della crisi di Corfù per l’Italia e la Grecia
Dopo questo fatto le relazioni tra Roma e Atene si raffreddarono, ma l’astio rimase e durante la Seconda Guerra Mondiale l’Italia andò prontamente ad aggredire gli ellenici.
Mussolini ottenne un grande successo: in primis diede un’ulteriore scossa alla Società delle Nazioni, un’organizzazione che non suscitava particolari simpatie, perché vista come il luogo dove le “nazioni più piccole e deboli” la facevano da padrone, un bel problema per uno stato come l’Italia di Mussolini che cerca di perseguire una politica imperiale.
Dall’altro lato mostrò come l’Italia fosse in grado di ottenere qualunque cosa dalle nazioni più grandi, perché l’Italia era una di quelle grandi nazioni e il suo volere non poteva essere trascurato per gli equilibri europei. Aveva mostrato di essere capace di azioni risolute e spregiudicate per difendere l’onore dell’Italia di fronte a quelle grandi potenze.
Nazioni che hanno guardato la Penisola dall’alto in basso, in particolare a quelle maledette conferenze di pace, dove avevano ripetutamente calpestato l’orgoglio e i diritti dell’Italia vincitrice, trattandola come una potenza minore e sconfitta, almeno nella percezione italica delle questioni che erano sul tavolo dopo la Prima Guerra Mondiale.