Una bomba a mano scoppia, poi i colpi dei soldati, urla, la folla corre alla rinfusa, terrorizzata, poi il silenzio. L’asfalto è rosso sangue, a terra ci sono corpi smembrati. È il 19 ottobre del 1944, non siamo su un campo di battaglia, ma a Palermo in via Maqueda. Qualche istante prima i palermitani uniti urlavano “pasta, pane e lavoro”. Questo evento passò alla storia come “Strage del pane”, un evento poco battuto sui libri. Gli angloamericani e il governo italiano si spesero per nascondere una vicenda i cui contorni sono oscuri e i cui responsabili non pagarono mai. Per capire come si arrivò alla sparatoria e perché questo evento venne messo all’ombra dell’opinione, seguimi, perché occorre fare prima un passo indietro.

La Sicilia durante la Seconda guerra mondiale liberata dagli Alleati

L’operazione Husky iniziata il 10 luglio del 1943 portò alla liberazione della Sicilia dalle forze naziste. In un primo momento l’isola rimase sotto il controllo degli anglo-americani, nel 1944 venne restituita al governo italiano, ormai in guerra a fianco degli Alleati contro la Germania nazista.

Seppur lontana dagli scontri l’isola pativa gli effetti della guerra. La vita è un quotidiano inferno di rincari a causa dell’inflazione, il cibo scarseggia, ironia della sorte l’isola che fin dai tempi dell’Impero Romano era chiamata il “Granaio del Mediterraneo”, ora è rimasta quasi senza pasta e pane.

Nacquero tumulti in tutta l’isola, quell’ottobre del 1944 fu tutt’altro che tranquillo per il governo Badoglio. È a Palermo però la situazione sfuggì di mano in seguito ad una serie di scioperi e via Maqueda divenne il palcoscenico di un macabro spettacolo. Il primo sciopero palermitano iniziò il 16 ottobre presso i lavoratori del porto, i due giorni seguenti si tennero delle manifestazioni pacifiche animate dai dipendenti comunali che chiedevano di ricevere un indennizzo per i costi, una richiesta più che legittima date le circostanze.

Il giorno successivo, il 19 ottobre si tenne la manifestazione più numerosa. I palermitani si unirono ai dipendenti comunali. C’era gente di ogni tipo, anche donne e bambini e protestavano urlando in coro a gran voce: “Pane, pasta e lavoro”. Marciavano compatti verso palazzo Comitini, al tempo sede del prefetto, volevano far sentire alle autorità le loro richieste e la loro sofferenza. Il corteo era numeroso, qualche piccolo disordine ci fu, ma a detta del commissario regionale Carr, niente di così violento da far credere ad un assalto agli edifici governativi.

La carneficina di via Maqueda

L’unica autorità presente città era il viceprefetto Pamipillonia, il quale temendo un assalto alla prefettura chiese urgentemente l’invio di rinforzi. I militari si equipaggiarono rapidamente e balzarono sui camion per raggiungere il luogo della manifestazione, alla loro testa vi fu il tenete siciliano Calogero Lo Sardo, l’unico ufficiale disponibile al momento della chiamata.

All’arrivo dei militari l’aria era piena dei disperati lamenti dei siciliani, ma stava per riempirsi con urla di dolore e paura. Mentre percorrevano la via scoppiò una bomba a mano a fianco dei trasporti militari e fu la miccia che accese i soldati. Questi imbracciarono i fucili e cominciarono a sparare ad altezza uomo.

24 morti, 158 feriti, probabilmente di più, in questi casi molti scelgono di non andare in ospedale per paura di ritorsioni legali. Via Maqueda era diventata un fiume rosso, la folla si era dispersa, restavano solo il silenzio e l’orrore. Il grido dei manifestanti si è spento sotto il fuoco dei soldati. Qualcosa non tornava.

Dopo la tragedia il governo volle vederci chiaro e vennero istituite subito tre commissioni di inchiesta: una da parte dell’autorità giudiziaria, una dall’autorità militare e un’altra guidata dal CLN. L’obbiettivo avrebbe dovuto essere chiarire le responsabilità dell’accaduto.

Una verità oscura

Chi ha scagliato quella bomba a mano? Secondo le versioni fornite dai militari venne lanciata dai manifestanti, in particolare da un anonimo mai identificato indipendentista siciliano. Era una mossa studiata a tavolino, raccontano, lo scopo era proprio far reagire così i soldati per strumentalizzare la vicenda e creare un clima di odio contro la monarchia italiana.

Dall’altra parte della barrica però le cose erano speculari rispetto alla versione dei militari. I racconti dei manifestanti erano confusi, con qualche incongruenza, ma erano chiarissimi: sono stati i militari ad aver scagliato la bomba a mano e ad aver aperto il fuoco, senza nessun apparente motio.

Secondo quanto emerse dalla commissione d’inchiesta del CLN i soldati quella mattina si svegliarono con un’incontenibile voglia di sparare, sulla base di quanto riferì il tenente Antonino Cascino. Oltre a questo, un altro punto critico era la dotazione delle bombe a mano: non facevano parte del loro equipaggiamento, erano sicuramente vietate per missioni di questo tipo dove l’obbiettivo è contenere i civili.

Strumentalizzazioni e depistaggi

La vicenda venne strumentalizzata. Gli indipendentisti avevano preparato l’indomani della strage, una serie di volantini in cui incolpavano i soldati e il re di aver ucciso a sangue freddo i siciliani per reprimere la loro libertà. Il governo e i soldati si impegnarono per dare la colpa agli indipendentisti, ma la pista fu un buco nell’acqua. Secondo il CLN e gli Alleati era evidente che non vi fosse alcun intento politico.

La responsabilità della strage vennero attribuite al viceprefetto Pampillonia, incapace di valutare la situazione e all’inadeguatezza dell’esercito; tuttavia, siamo in un momento delicato della storia d’Italia. C’è in corso una guerra, l’Italia e gli Alleati stanno combattendo contro i nazisti, spaccare l’opinione pubblica interna fu giudicata una cosa rischiosa.

La versione ufficiale rimase quella inviata al ministero dell’Interno che ricostruì i fatti attribuendo la responsabilità ai manifestanti e ai separatisti, il PWB impedì che gli errori commessi quel giorno venissero a galla. Per evitare ulteriori capitalizzazioni della vicenda proibirono sia di parlare con i giornalisti, sia i funerali pubblici per i palermitani caduti in quel maledetto 19 ottobre.

Un’amnistia che sa di beffa

Il 20 febbraio del 1947 a guerra finita, la vicenda fu trattata dal tribunale militare di Taranto. Nonostante le diverse versioni della commissione, la difesa dei militari riuscì a far passare la vicenda come un eccesso di legittima difesa senza aggravanti, derubricandolo a uno dei tanti reati che venivano perdonati con l’Amnistia Togliatti.

Nessuno pagò per i fatti neri di quel giorno. A distanza di anni un coraggioso soldato di nome Giovanni Pala ammise la responsabilità diretta dei soldati nell’eccidio, svelando la verità dietro quel giorno nero. Lo stato italiano invece, anche a distanza di tempo, non ammise mai le sue responsabilità.

La prima targa in ricordo della “strage del pane” venne posta all’interno del palazzo della provincia di Palermo 50 dopo l’accaduto, per tanto tempo si è cercato di nascondere questa strage ai margini della storia italiana, quasi a volerlo far cadere nell’oblio della memoria collettiva.

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